Le 5 cose che abbiamo imparato da Filippo Venturi sulla fotografia documentaristica

Martedì 19 febbraio abbiamo avuto l’incontro con il fotografo documentarista Filippo Venturi nella splendida cornice del Caffè Pascucci Bio di Riccione.

incontro con Filippo Venturi

È stato un incontro di alta formazione: Filippo ci ha raccontato il suo percorso fotografico tra aneddoti e consigli e ci ha permesso di fare il punto su alcune questioni normalmente sottovalutate dai neofiti e dagli appassionati di fotografia.

Ecco quindi

le 5 cose che abbiamo imparato da Filippo Venturi sulla fotografia documentaristica

1) La Storia viaggia tra fotografia e scrittura

in Oblivion - foto gentilmente concessa da Filippo Venturi ©

Fotografia di reportage e scrittura viaggiano a braccetto.
Hai provato a leggere Topolino senza leggere le vignette? I disegnatori sono indubbiamente bravi ma, senza leggere il testo, non capisci cosa fanno i personaggi.

Filippo ci ha raccontato di essere andato negli Stati Uniti per raccontare la New York di oggi attraverso un quartiere poco conosciuto, Red Hook, dove la giovane popolazione si sta lentamente riappropriando di quello che era un decadente territorio di periferia.

Ha raccontato il luogo attraverso le sue immagini, ma una volta tornato a casa, si è reso conto come a quelle immagini, per essere pienamente coinvolgenti, mancasse una cosa: le didascalie per raccontare le storie delle persone e dei luoghi ritratti.

È vero che Ansel Adams ha detto ” Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta: se la devi spiegare non è venuta bene. ” , ma è altrettanto vero che lui non era un reportagista.

” L’immagine va contestualizzata dal punto di vista biografico, temporale e geografico, altro che palle…lo vediamo soprattutto sui giornali, ma non solo. “

Sara Munari – “Se la devi spiegare non è venuta bene” Che stupidaggine! Le foto vanno spiegate.

Se non hai le parole per raccontare le tue immagini, vuol dire che la tua storia non è buona: se non la sai raccontare a qualcun altro, non l’hai capita neanche tu.

2) È necessario che la storia sia attuale

Progetto "Eyes Wide Shut" - foto gentilmente concessa da Filippo Venturi ©

“Oggi parliamo delle 10 migliori città dove festeggiare il Carnevale.”

Saresti attirato il 25 marzo, da un articolo del genere?
E se ti riproponessi questo articolo il 1 febbraio, sarebbe di tuo interesse?

Le storie sul Carnevale vendono a carnevale, non a Pasqua, non d’Estate.

Il lavoro del fotografo documentarista è vendere ad una rivista il proprio racconto (per questo viene pagato!)

Una storia ben raccontata è per sempre, ma le riviste pubblicano articoli che hanno il sapore della cronaca.

Una storia è vendibile nel momento in cui questa diventa di attualità: crea nel lettore il senso di empatia e coinvolgimento che lo spinge ad acquistare la rivista per leggere l’articolo.

3) Mai perdersi d'animo

Invii 200 mail? Fai 100 colloqui? Nessuno ti risponde?

Se offri un lavoro di qualità con le tue immagini, ma nonostante ciò gli editor non rispondono, semplicemente potresti essere la persona giusta ma nel momento sbagliato.

Non perderti d’animo: il tuo messaggio probabilmente è arrivato ed è stato solamente archiviato.
Gli Editor hanno uno splendido archivio nel quale “lasciano riposare” gli autori che li hanno colpiti: il nome è appuntato. Tornerà poi utile nel momento in cui il tuo stile, la tua storia diventeranno funzionali al piano editoriale dell’azienda.

4) Crea un tuo stile

Korean Dream - foto gentilmente concessa da Filippo Venturi ©

Se ti parlassi di fotografie dai colori accesi e dalle prospettive “schiacciate” che identificano un’immagine dal gusto quasi grafico a chi penseresti, a Franco Fontana, vero?
Oppure se ti parlassi di “mosaici di polaroid” a chi penseresti, a Maurizio Galimberti, giusto?

Ecco, loro sono ingaggiati proprio per il loro stile, perché quello è il tipo di taglio narrativo che vogliono i loro committenti.

A partire dal primo workshop che ho fatto con Silvia Camporesi (di cui tra l’altro Filippo Venturi è “figlio fotografico”), passando per Alberto Giuliani e Diego Bardone (solo per citarne alcuni), tutti e proprio tutti hanno ribadito il fatto che il tuo lavoro è vendibile nel momento in cui crei uno stile riconoscibile.

Ci sono migliaia di fotografi al mondo, migliaia di fotografi bravi tecnicamente che non hanno però una linea espressiva peculiare.

Uno stile immediatamente identificabile attira audience.
Il “fotografo famoso”
a cui viene commissionato il lavoro è di fatto un influencer che attira i suoi fan verso l’acquisto del prodotto.

Un bravo “venditore” deve saper impostare un suo stile e farne di questo una bandiera.

5) Un racconto non è un one shot

Eisenstaedt-Vs.Capa

È più efficace “Il Bacio” di Alfred Eisenstaedt  o lo “Sbarco in Normandia” di Robert Capa?

Una fotografia racchiude in sé le celebrazioni della fine della guerra, l’altra racconta in prima persona uno dei momenti fondamentali della Seconda Guerra Mondiale.

Un portfolio, che racconta una storia, ha in sè sia “belle fotografie” che immagini che stilisticamente funzionano meno ma che fanno parte dell’ossatura portante della storia e senza le quali il concetto non sarebbe spiegato appieno.

Anzi, le immagini più forti, nell’ambito di un racconto, rischiano di essere di ostacolo alla fluidità dell’insieme, come la nota improvvisamente troppo alta all’interno di un concerto ti distrae dalla melodia.

In un racconto corale non ci possono essere prime donne, è necessaria invece la collaborazione di tutte le immagini al fine di avere un quadro preciso di quello che si vuole spiegare.

Concludo con un intervento diretto di Filippo Venturi.

Alla mia domanda: Filippo c’è un consiglio che vuoi dare a chi si vuole approcciare alla fotografia documentaristica in maniera professionale?”

Filippo Venturi

La risposta è stata:
“Ti do 2 versioni

Quella breve: Nulla dies sine linea.

Quella lunga: Fare il fotografo significa costruire, un mattoncino alla volta, tutti i giorni, la propria visione, il proprio lavoro, la propria rete di contatti e la propria immagine (aggiornando il proprio sito ufficiale e curando i canali social, di cui non si può fare a meno).

Anche chi è dotato di un talento fuori dall’ordinario non può rinunciare alla costanza e alla dedizione verso il proprio lavoro, se non vuole rimanere indietro.

Un consiglio che do è quello di non restringere la propria visione della fotografia, oggi si può e si deve confrontarsi con tutto il panorama mondiale, evitando di farsi ammaliare dai complimenti e dalle lusinghe che, anche se autentiche, si riferiscono a qualcosa che si è già fatto, mentre la sfida è sapersi confermare e superare con i lavori che seguiranno.

Un circolo fotografico, ad esempio, è fondamentale per confrontarsi, imparare, ampliare le proprie conoscenze e maturare, ma è solo il punto di partenza, da non confondere con il traguardo.

Un altro aspetto di cui essere consci è che la diffusione della fotografia, dovuta alla facilità con cui si può scattare (chiunque ha uno smartphone ormai), ha attirato tante iniziative furbe che hanno la finalità di spremere i portafogli degli aspiranti fotografi. È necessario fare attenzione ai corsi che si seguono: un docente incapace può essere inutile o nei casi peggiori dannoso, mandandovi parecchio fuori strada.

Alle proposte di esposizione: agli inizi è facile cadere nella tentazione di pagare per esporre, ma nell’ambiente si riconosce una mostra seria da una che mira solo a fare soldi sulla pelle degli artisti. 4

E a quali concorsi si partecipa: una tendenza recente è quella dei concorsi a pagamento che assegnano centinaia di menzioni d’onore, rendendole quindi inutili, ma dando soddisfazione ad un maggior numero di candidati che tenderanno a re-iscriversi al concorso l’anno successivo. Ovviamente certe cose si imparano solo sulla propria pelle e anche il sottoscritto è passato attraverso corsi deludenti e proposte che oggi non sarebbe ritenute serie, l’importante è sviluppare rapidamente gli anticorpi giusti per evitare queste trappole e concentrarsi sulle cose veramente importanti.

Il fotografo/artista non finisce mai di studiare, dopo la lunga fase formativa c’è sempre una fase di aggiornamento e sperimentazione che lo accompagnerà per tutta la vita.

Nel settore della fotografia documentaria, ad esempio, è veramente difficile trovare storie e idee mai affrontate in precedenza (è quindi importante anche sapere cosa è già stato fatto sul tema che si affronta), ma si può differenziare il proprio lavoro compiendo un progetto più esaustivo o che approfondisce un certo aspetto o che magari viene arricchito dal proprio stile, dove quindi l’estetica si fonde col contenuto, rafforzandolo.

L’ultimo consiglio è quello di non lasciarsi affondare nei momenti difficili, ci si può demoralizzare, capita, poi però bisogna uscirne e trovare la forza e l’inventiva per ributtarsi nella mischia.”

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